Che cosa definisce l’identità di un popolo?

E’ qualcosa di unico, che si può trovare solo in un luogo.

Esiste qualcosa di simile o quasi identico altrove?Probabilmente si. Ma non è la stessa cosa. Non sarà mai la stessa cosa.

Sotto il nome di “VIRTU’” non si presenta solo un piatto unico al mondo e dal sapore straordinario, ma è un legame, è un’appartenenza gelosa ed orgogliosa alla città di Teramo ed alle proprie radici.
Si, perché le vere VIRTU’ si fanno a Teramo. E solo a Teramo. Anche quelle delle frazioni limitrofe e dell’immediata periferia “per i teramani” non sono VIRTU’. Non pensateci nemmeno a proporre ad un teramano una variazione delle virtù, una declinazione in chiave moderna, nemmeno una rivisitazione: sareste presi come blasfemi e sacrileghi, da condannare a fine pena mai, esposti a pubblico ludibrio, per sempre banditi dalle loro vite, dai loro cuori e dalla loro città.

Esagerazione? Probabile.

Fanatismo? Forse.

Amore? Per un teramano si!
TOTALE ED INCONDIZIONATO.

E quando parliamo di amore, parliamo anche di esclusiva e di possesso, di folle gelosia, di voler abbracciare e tenere stretto a sé ciò che si ama.

Ecco perché Le Virtù sono solo dei teramani gelosi, ma paradossalmente anche generosi, accoglienti ed orgogliosi, perché abbracciano i turisti che da ogni dove (anche fuori dai confini nazionali) si riversano in città il 1° Maggio, spalancando al mondo questo scrigno di sapori, orgoglio di ogni cittadino.

Ma cos’è che rende unico questo piatto?

Perché è diventato così leggendario, tanto da spingere altri territori a volersi addirittura  appropriare della sua paternità?

Gli elementi sono molti, sia di carattere storico, sia prettamente gastronomico, sia culturale, ma anche antropologico.

L’origine è antichissima, probabilmente influenzata dalla dominazione romana sulla città. Gli abitanti dell’Impero solevano consumare un piatto molto simile, preparato per celebrare Maia, la dea della fecondità e del risveglio della natura in primavera. Da Maia prende il nome il mese di Maggio, quello che in agricoltura era considerato il più critico: se la bella stagione avesse tardato il suo arrivo, le scorte invernali tenute dai contadini non sarebbero bastate al sostentamento famigliare.

Le VIRTU’ venivano preparate con tutte le rimanenze conservate nelle madie (pasta secca e legumi) accompagnate dalle cotenne, orecchie e piedi del maiale, dalle verdure di stagione e dalle erbette degli orti cittadini.

Si, perché forse in pochi sanno che Teramo è anche “La Città degli Orti”. Il nome “Teramo” è la derivazione dell’antico “Interamnia” che significa “città tra due fiumi”, il Vezzola ed il Tordino: città, quindi, benedetta anche dall’acqua e sulle sponde di quei rivi trovavano naturale habitat gli orti degli abitanti che producevano (ed ancora producono) particolari tipi di erbe profumate che solo qui è possibile trovare.

Narra la leggenda che le VIRTU’ dovessero contenere tutti gli ingredienti di uguale numero:

  • 7 tipi di pasta
  • 7 tipi di legumi
  • 7 tipi di erbe
  • cucinate da 7 Vergini per 7 ore

Sette, il numero fortemente simbolico, il numero che ricorda anche un altro tipo di Virtù, quelle teologali e cardinali (fede, speranza, carità – giustizia, temperanza, prudenza, fortezza) della religione cristiana.

In realtà le VIRTU’ contengono oltre cinquanta ingredienti, opportunamente indicati in un disciplinare stilato da storici, esperti e dall’Associazione dei Ristoratori Teramani.

Ma, attenzione…. Non sia mai che qualcuno si azzardi a definire LE VIRTU’ come una sorta di ricco minestrone… viaggiamo proprio su un altro binario.

Le VIRTU’ sono un miracolo di gusto, una stranissima fusione di sapori perfettamente armonizzati tra di loro in un equilibrio che può definirsi quasi miracoloso, orchestrato da mani sapienti, guidato dal ricordo ancestrale di quel sapore unico che ogni teramano conosce perché ce l’ha nel DNA.

Per via del numero impressionante degli ingredienti, ogni VIRTU’ è una Virtù unica: se è vero che i componenti sono gli stessi per tutti, il gioco delle dosi è, però, personalissimo e varia da famiglia a famiglia, da mano a mano. Il risultato è sempre lo stesso, ma le sfumature di intensità dei vari sapori si differenziano tra un piatto ed un altro.

La preparazione è lunga, si incomincia almeno due giorni prima con la pulitura delle verdure. Ogni componente, poi, viene cotto a parte. Ognuno con i suoi tempi specifici. Le VIRTU’ saranno la riunione e la fusione di ciascuno di essi.

E’ anche per questo che il significato di questo piatto è particolarmente simbolico per i teramani.

Vista la laboriosità della ricetta, la preparazione coinvolge più persone, è davvero un’unione che fa la forza.

Le Virtù sono piatto unico, ma corale.

Le Virtù sono “Tutti per Uno ed Uno per Tutti”.

Le Virtù sono condivisione, perché non c’è famiglia che non ne doni al suo vicino, ai suoi amici, alle persone che ama.

Nei tempi antichi, venivano offerte anche ai poveri.

Perché nessuno deve rimanere senza.

Anche chi è solo, si unirà alla mensa di qualcun altro per mangiarne, così come richiedeva Dio nel Libro dell’Esodo.

In ogni tavola teramana si troverà più di una versione delle Virtù: ci saranno quelle preparate da noi e quelle che qualcuno ci avrà donato. E sono tutte diverse. E sono tutte incredibili. E sono tutte buonissime.

Un fatto curioso che fa sorridere, è una particolarità tutta cittadina legata a questo rito.

Il 1° Maggio, dalle 11 del mattino in poi, ci sarà un viavai continuo di persone in giro con le pentole chiuse dai coperchi e legate strette dai canovacci: stanno andando a prendere o a portare a casa di qualcuno l’offerta di VIRTU’.

Altri saranno pazientemente in fila fuori dai ristoranti, dove le acquisteranno da asporto (vengono vendute a porzione e la porzione è rappresentata dal mestolo) e le porteranno a casa dove almeno venti persone stanno aspettando.

Fino all’ora di pranzo sarà cosi e poi ci saranno solo silenzio e strade deserte.

E’ quasi l’ora, il sipario sta per alzarsi.

La pentola viene messa in tavola.

Che la festa abbia inizio.

Buon 1° Maggio a tutti!

Benvenuti a Teramo: la città delle “virtu’”
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